Le radici della Calabria sono resistenti come quelle dei vitigni autoctoni che, dopo troppo tempo nell’oblio, si stanno riscoprendo grazie all’aiuto di persone che, a questa Regione, vogliono fornire il modo giusto per essere identificata finalmente come deve essere ed è per altre regioni, territorio di vino. Cinque provincie con le proprie peculiarità, cinque provincie dove il “fermento” vitivinicolo si sente e si gusta, a lavoro per farlo percepire e metabolizzare dal resto d’Italia e non solo, creando un marchio valido e competitivo.

Su questo aspetto ancora non del tutto percepito come la vera questione dalla quale sviscerare un dibattito serio e scevro dalla retorica assistenzialista si è soffermato Nicodemo Librandi, l’imprenditore che per “esperienza sul campo” si è meritato a ragione il ruolo di capostipite dei viticoltori calabresi. Capostipite dal punto di vista co
mmerciale, il primo a commercializzare fuori dai confini calabresi una nutrita gamma di vini e il primo per gli studi avviati alla riscoperta dei vitigni autoctoni di cui la Calabria si fregia di avere non poche qualità.

  • Quando è arrivata l’intuizione di puntare sui vitigni autoctoni?

«Come azienda nasciamo a Cirò e quindi partiamo da una grande familiarità con i vitigni storici della zona. Seguendo la moda degli anni Settanta ci siamo imbarcati nell’esperienza dell’utilizzo dei vitigni internazionali. Il nostro vitigno autoctono, il Gaglioppo in uvaggio con il Cabernet ha fatto nascere un vino che ci ha imposto all’attenzione internazionale come produttori di qualità. Fatta questa esperienza nei primi anni Novanta mi trovavo a Bruxelles ad una degustazione di Cabernet provenienti da tutto il mondo e questo mi ha fatto riflettere. La Calabria con le sue particolarità e potenzialità perché deve continuare a puntare sul vitigno intvigneti-librandi-640x360ernazionale invece di riscoprire quello che anticamente c’era nelle nostre vigne? E da questa mia riflessione è nato un piccolo campo sperimentale nel 1992 nel quale è stato piantato  il Magliocco che anticamente a Cirò veniva chiamato Lacrima, il Marcigliano e il Pecorello. Da qui è partita la riscoperta e l’attenzione per i nostri vitigni con la collaborazione di studiosi e professionisti del settore con i quali abbiamo proceduto alla riscoperta dei vitigni antichi su tutto il territorio regionale. Attualmente abbiamo un campo con 210 vitigni antichi e portiamo avanti uno studio sistematico e approfondito dei vitigni calabresi, catalogazione, studio del DNA per capire l’autenticità, i profili enologici. Per la nostra azienda decidendo di imboccare questa strada i successi sono stati tanti, dal Magliocco abbiamo ottenuto il “Magno Megonio”, il Mantonico prima utilizzato solo come vino passito è stato impiegato in altri modi e da qui la decisione di impostare tutto il nostro programma aziendale sui vitigni autoctoni»

  • Radici profonde quelle del vino calabrese proiettati nella modernità, ma che si consolidano in questo studio che ha ridato la giusta collocazione ai vitigni autoctoni e che ha portato a delle pubblicazioni.

«Nel 2008 è stato pubblicato il volume “Gaglioppo e i suoi fratelli” partendo dallo studio di tutti i vitigni antichi calabresi che abbiamo trovato in diverse vigne dislocate sul territorio regionale, iniziando da Verbicaro fino a Motta San Giovanni. Una pubblicazione con la quale abbiamo voluto “mettere ordine” sulla viticoltura calabrese. Da questo abbiamo proseguito con la selezione clonare. La Calabria non aveva nessun clone selezionato da Gaglioppo, noi siamo riusciti a selezionare quattro cloni di Gaglioppo, otto di Magliocco e due di Pecorello che sono stati iscritti nel Registro Nazionale della vite e del vino, oggetto questo lavoro di un’altra pubblicazione “La viticoltura calabrese nel mondo moderno”».

  • Quale percorso si sta intraprendendo e cosa si può fare affinché si propongano di più i vini calabresi e nello specifico lo facciano i ristoratori locali?

«Che il ristoratore proponga o meno il vino calabrese non è la criticità maggiore. La Calabria è ricchissima di vitigni autoctoni, di storia tradizione e cultura, ma non riusciamo a portare sui mercati i nostri vini e questa è un’autocritica ed è ciò che accade perché la Calabria nell’immaginario crosaneti vignetoollettivo non viene percepita come Regione che produce vino. La colpa di questo non è del ristoratore che non li propone, ma nostra! Di noi produttori che non siamo riusciti  a creare un’immagine del vino calabrese. Presa coscienza del fatto che in tutte le provincie si producono vini buoni, ci dovrebbe essere la capacità di noi produttori di fare gruppo e lanciare il marchio Vini di Qualità in Calabria. A questo si aggiunge il necessario supporto delle istituzioni per veicolare una comunicazione adeguata e mirata e un supporto degli operatori turistici perché l’enogastronomia è molto legata al turismo. Ormai in considerazione del livello qualitativo raggiunto non possiamo temere il confronto. Come azienda abbiamo dato vita ad un’associazione “Euvite”, espressione di cinque produttori delle cinque provincie calabresi appunto per lanciare il marchio Calabria».

Analisi lucida e veritiera quella di Nicodemo Librandi sulla situazione calabrese che, per evolvere e fare il salto di qualità, deve poter valorizzare il proprio patrimonio e dopo aver ottenuto l’avvio di una viticoltura moderna con un legame forte con il territorio e con un passato glorioso.

«L’aggregazione – ha concluso Nicodemo Librandi – può cambiare tutto. I risultati del lavoro di anni si iniziano a vedere, attendiamo la collaborazione di tutti i protagonisti del settore. Muoversi da una coscienza collettiva per farci conoscere, per far conoscere i palmenti antichi che parlano della nostra storia, per dare lustro al nostro speciale Terroir».

La presentazione dell’azienda LIBRANDI dalla nostra Guida VITAE “Guida ai Vini d’Italia 2016”

Logo-Librandi_piccoloLa grande certezza della Calabria del vino trova ogni anno conferma nel lavoro della famiglia Librandi, che oramai da decenni porta in alto il vessillo della rinascita vitivinicola calabrese. Uve autoctone selezionate ed allevate per anni nei vigneti sperimentali hanno trovato la loro espressione territoriale, grazie anche ad una delle mani enologiche italiane più esperte. Sempre di grande interesse i vini di punta dell’azienda e sempre di più apprezzabili tutti i vini della linea base che hanno oramai trovato uno standard qualitativo sorprendente rispetto alla fascia di prezzo.

Le degustazione dei Vini per VITAE “Guida ai Vini d’Italia 2016”

CRITONE 2014 (Chardonnay 100%)

Descrizione: Giallo dei limoni sfusati, brillante. Vino di stoffa, ha naso pieno dove i profumi si susseguono in fila indiana. Ed è l’ananas croccante che fa da apripista alle erbe aromatiche, ai fiori di ginestra, per poi essere buccia di limone e sulla distanza soffio di borace. Pieno e parallelo, si chiude lentamente esprimendo un equilibrio che diventa eleganza e godibilità. Acciaio. Punteggio: 89 Abbinamento: Capesante saltate in padella e zafferano.

EFESO 2014 (Mantonico 100%)

Descrizione: Colore giallo luna, luminoso. Esprime un naso in progress, la mela appena matura e succosa precede le nespole ed il fieno, il bergamotto e la magnolia per poi essere solare mineralità. Bocca di magistrale equilibrio dove niente è lasciato al caso. Al palato la sua classe, calore ben controllato da sapidità e freschezza che chiudono lentamente su di un finale che ricorda l’incenso. Acciaio e poi 8 mesi in rovere di Allier. Punteggio: 92 Abbinamento: Faraona al succo di melograno.

ASYLIA 2014 (Gaglioppo 100%)

Descrizione: Bel colore granato per un vino di spessore che esprime una nota di erba appena tagliata seguita da visciole, vaniglia e leggera radice di liquirizia. La bocca è composta morbidezza ed un tannino ben amalgamato senza eccessi spigolosi. Il vino promette, oggi  comunque è godibilissimo. Punteggio: 80 Abbinamento: Maiale in salsa di funghi.

MAGNO MEGONIO 2013 (Magliocco 100%)

Descrizione: Rosso velluto, compatto e impenetrabile, luminoso ed elegante. Ha naso di spessore e complessità, note fruttate anticipano la carruba, il tostato del caffè di montagna e della radice di liquirizia, esplodendo in un finale di spezie dolci e legno di cedro. Bocca spessa e piena, a sviluppo parallelo, di misurato equilibrio e lignaggio. Rovere 16 mesi. Punteggio: 89 Abbinamento: Pecora in umido

GRAVELLO 2013 (Gaglioppo 60% – Cabernet 40%)

Descrizione: Rosso inglese, compatto e costante che brilla di luce propria. Naso elegante, dove le note di cassis e rosa damascena si fondono in sequenze che ricordano la buccia d’arancia candita e le spezie orientali, la cannella, le note di caffè e tabacco. Accennata mineralità che chiude su un vino mai sopra le righe, equilibrio di eccellente fattura, che lascia nella pienezza con promessa di piacevoli evoluzioni. Rovere per 18 mesi. Punteggio: 89 Abbinamento: Brasato di manzo.

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